Mario Masini, lo “sguardo” del del film

di alinamarazzi

Il direttore della fotografia Mario Masini all'opera (foto di Cosimo Maffione)

Il percorso artistico, professionale e umano di Mario Masini è di rara unicità nel panorama del cinema italiano. Uomo di grande cultura e curioso di tutto, dopo aver fatto varia esperienza come operatore di macchina, direttore della fotografia e autore di tre film sperimentali, alla fine degli anni settanta, all’apice della carriera, abbandona il cinema e si reca a Stoccarda per frequentare la scuola Waldorf e diventare maestro.
“Attraverso lo studio dell’antroposofia – spiega Masini – mi era nato un rifiuto per la vita del cinema, sempre proiettata verso il successo e vissuta in tribù, tutta esteriore. A un certo punto mi sono detto che se riuscivo ad essere un buon maestro avrei potuto essere più utile alla società che facendo un buon film”. Dopo alcuni decenni vissuti come maestro e dopo aver sperimentato molte altre forme d’arte (è poeta, pittore e drammaturgo), Masini ha deciso di riprendere in mano la macchina da presa ma attraverso un percorso sempre originale, lavorando in molte produzioni di film di aerea lusofona. Questo nuovo percorso è sfociato nella fotografia di un grande film come Teza di Gerima, vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia.
Ma facciamo un passo indietro. Diplomatosi al Centro Sperimentale di Cinematografia, Masini ha fatto esperienze di ogni tipo, iniziando come operatore di macchina in film commerciali fino a firmare la fotografia per grandi maestri, tra cui Paolo e Vittorio Taviani (San Michele aveva un gallo e Padre Padrone), Giuseppe Ferrara (Faccia di spia), Vittorio De Sisti (Lezioni private) e Francesco Barilli (Il profumo della signora in nero, unico film del circuito commerciale di genere). Ma il suo nome si lega indissolubilmente con quello di Carmelo Bene, per il quale lavora in tutte le sue “azioni” cinematografiche (da Nostra Signora dei Turchi a Salomé), tranne una. L’esperienza è totalizzante e di grande rilevanza artistica.
Masini è stato anche un esponente di rilievo della scena del cinema sperimentale italiano. Amico di Paolo Brunatto, Romano Scavolini, Alfredo Leonardi e Alberto Grifi (con i primi collabora, contribuendo alla realizzazione di  Un’ora prima di Amleto, più Pinocchio, A mosca cieca, Amore amore), Masini gira negli anni sessanta tre cortometraggi (Il sogno di Anita, Immagine del tempo e Insomma) e un mediometraggio di grande fascino e originalità,  X chiama Y.
Quest’ultimo mediotraggio, un home-movie ante litteram, è la causa dell’incontro tra Masini e Alina Marazzi, che inserisce diversi frammenti in Vogliamo anche le rose.  La regista rinviene nelle sequenze (accelerate, sospese, in reverse, in bianco e nero) di una donna colta nella sua vita quotidiana (mentre “disfa” la stanza, culla il figlio neonato, legge un libro, prova diversi vestiti),  l’immagine-simbolo di una donna che misteriosamente riesce a camminare sul filo della sue tante vite e dei suoi tanti Io.
La storia di questo incontro tra Alina Marazzi e Mario Masini si compie con la supervisione in color correction della fotografia di Vogliamo anche le rose e ora con la firma della fotografia di Baby Blues.

di Dario Zonta

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