Baby Blues

diario di un film

Stretto serrato – videoistante dal set

Un momento di ripresa, interno casa di Emma

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E se fosse vero?

Scena di quotidianità al parco...due comparse felici (foto di Cosimo Maffione)

Una ragazza che sfoglia nervosamente una rivista mentre il fidanzato cerca di tranquillizzarla. Una mamma incinta con vicino una figlia piccola indaffarata a giocare. Una coppia di giovani amiche che con timidezza si avvicina al banco delle informazioni. Uno squarcio di realtà che potrebbe appartenere alla vita di tutti i giorni, e che, proprio per questo costituisce lo sfondo ideale del consultorio immaginato da Alina Marazzi. Un luogo che la regista ha voluto ricostruire mantenendosi il più possibile aderente alla realtà e in cui ha scelto di inserire personaggi altrettanto reali e concreti. Sono mamme vere, studenti, ragazzi di tutti i giorni, quelli che la regista ha reclutato, dopo un attento provino, per popolare il centro in cui Pauline ed Emma s’incontrano. Uno sguardo al monitor, poche indicazioni a Charlotte Rampling e l’attenzione è tutta su di loro. È Alina in persona a spiegare quali saranno le posizioni da tenere, le intenzioni, quello che vorrebbe trapelasse dalla loro presenza. Non c’è bisogno di ripetersi: le scene prendono forma da sé. Daria e Jacopo, i due fidanzati, stanno vicini con la confidenza di chi sembra conoscersi da sempre, Maria e Alice si sorreggono davvero come due amiche e il loro sguardo suggerisce paure vere e non molto lontane nel tempo. Seduta su una sedia, con l’aria stanca, c’è la giovane madre, anche lei perfettamente calata nella parte di se stessa. Alina, al monitor, approva, anche se tra una scena e l’altra, nella piccola comunità delle figurazioni speciali è un brulicare di domande: “come sono andato?”; “si capiva tutto?”; “ho parlato troppo in fretta?”. Tra di loro infatti c’è chi vorrebbe fare l’attore professionista, come Alice, che racconta di aver già fatto tanto teatro ma di amare soprattutto il cinema, o Maria, che non disdegnerebbe la carriera se non fosse già “ammalata” di filosofia, passione che fino ad ora ha segnato la sua strada. Il più determinato pare essere Jacopo che, in barba ai suoi 18 anni, della sua vita ha già deciso tutto: il diploma, un viaggio in Australia e poi la creazione di un grande tour operator chiamato La rosa dei venti. Per lui la settima arte è solo il piano di riserva.

di Caterina Taricano

Il più piccolo attore sul set di Baby Blues

Nel film è Matteo, il figlio di Emma; nella realtà è Aurora...le magie del cinema (foto di Cosimo Maffione)

Tra tutte le attrici del film è certamente quella più spontanea. Per lei mangiare durante le riprese non è un problema e nemmeno lasciarsi andare a uno sbadiglio improvviso mentre i suoi colleghi, accanto a lei, stanno recitando. In certi casi si fa persino delle lunghe dormite senza curarsi del grande occhio della cinepresa proprio sopra di lei. Ma a soli due mesi e mezzo Alessia Capuzzo tutto questo se lo può permettere. Dito in bocca e occhioni sgranati sul mondo, è infatti l’artista più giovane del set. Tra una scena e l’altra si gode l’abbraccio della mamma Marcia e ogni tanto si attacca al seno per succhiare un po’ di latte. Coccole e poppate vanno avanti fino a quando Alessia non diventa indispensabile. E allora via, verso il set, avvolti da mille coperte per cercare di non prendere freddo. È qui che dopo il fatidico battere del ciak improvvisamente Alessia cambia mamma e senza protestare lascia che sia Elena a ricoprire il ruolo. Scelta fra molti aspiranti, la piccola attrice si trova in realtà a interpretare una parte maschile, quella di Matteo, primogenito di Emma, e a dividerla con una coetanea, Aurora, dalle stesse caratteristiche fisiche. “La scelta di Alessia e Aurora – spiega Alina Marazzi – è dovuta la fatto che nessuno dei maschietti che abbiamo provinato era verosimile come figlio di Elena e Emiliano. Non dovendo mostrare Matteo completamente nudo non ci siamo quindi posti problemi e abbiamo optato per due bambine”. Nelle tre scene fino ad ora interpretate Alessia si è comportata come una vera professionista: ha pianto quando doveva piangere e sorriso quando doveva sorridere. Guardando Alessia ci viene da pensare che attori si nasca, anche se Marcia, pur essendo orgogliosa dell’esperienza, sostiene che questa è la prima e ultima volta di sua figlia su un set. Tra le regole non scritte del mondo del cinema c’è quella che vuole che sia tra le cose più difficili dirigere cani e bambini. Ad assistere alle performance di Bea e di Alessia verrebbe da dire tutto il contrario.

di Caterina Taricano

Un muso da primattrice

Bea in compagnia dei giocolieri (foto di Cosimo Maffione)

Dopo il gatto Osvaldo e Pino il cincillà, sul set di Alina Marazzi si fa largo un altro attore del regno animale. Pardon, attrice. Si chiama Bea ed è una vivacissima cagnetta pezzata bianca e nera. Tecnicamente un meraviglioso esemplare di Border Collie, razza conosciuta anche dai non cinofili per via di uno spot che tanti anni fa imperversava in televisione e aveva per protagonista proprio un cane di questo tipo. Ma in barba a un concetto basso e commerciale di arte, l’abilità di Bea non è certo solo quella di abbaiare a comando. Le sue sono vere e proprie performance di teatro fisico. Il salto dell’abbraccio e l’arrampicata sulla schiena sono le sue specialità. Il primo consiste nell’attraversare un cerchio immaginario creato con le mani e posizionato a diverse altezze. La seconda è invece un rapido balzo effettuato con prontezza e rapidità che porta il cane perfettamente a cavalcioni sulla schiena del suo allenatore. Da sempre divisa fra cinema e teatro, Bea infatti non lavora se accanto a lei non c’è Davide Fontana, suo fidato padrone, anche se, ad osservarli bene, la definizione che suona meglio è quella di compagno. Splendidamente affiatati in coppia, i due lavorano anche da soli. Com’è successo oggi nella scena ambientata al parco, in cui Bea doveva abbaiare, avvicinarsi all’attore e rapidamente tornare indietro. Sarà stato lo charme di Emio dei Linea 77 nei panni di Tommaso, sarà stata il wurstel divorato poco prima dalle sue mani, ma sono bastati pochi ciak per ottenere quello che Alina aveva richiesto. La classe non è acqua sembra dire Bea attraverso i suoi grandi occhioni scuri, mentre, finalmente a riposo, affonda i denti in un enorme pallone da calcio. Sua grande passione fin dai primi anni di vita.

di Caterina Taricano

Le facce della realtà

Pablo Cabello prepara Elena Radonicich a diventare Emma, la protagonista del film (foto di Cosimo Maffione)

Sul set non fanno rumore, ma seguono con attenzione tutto quello che succede. Sono l’ombra di Charlotte ed Elena e gran parte del loro lavoro inizia molto prima del battere del ciak. Convocazione all’alba quando si tratta di girare in diurna, notte inoltrata quando le riprese iniziano di pomeriggio e oltre alle attrici bisogna pensare anche alle figurazioni e alle comparse. Senza contare il freddo, le lunghe attese, e i continui cambi di scena. Un mestiere duro, ma che non cambierebbero con nessun altro al mondo: questo è il cinema per Pablo Cabello e Laura Sidoli, rispettivamente parrucchiere e truccatrice del film. Dal camper trucco al set lavorano senza sosta al fianco di Alina Marazzi, della quale seguono pedissequamente le direttive. Ma quando le attrici sono pronte eccoli precipitarsi dove la visuale è perfetta: i monitor. Da qui ogni dettaglio è visibile come al microscopio, come un ciuffo ribelle o un po’ di trucco sbavato, che possono rovinare un’inquadratura. Niente paura se qualcosa non va lo stop è immediato e Pablo e Laura, veri e propri professionisti del “pronto intervento”, piombano sul set come macchine da guerra. Con la massima rapidità colpiscono l’obbiettivo: un po’ più di fard sulle guance, un’aggiustatina al lucidalabbra, una mollettina in testa e… il gioco è fatto, mentre già si dileguano prima della nuova scena. Pablo racconta che la parte più dura del lavoro forse è proprio questa, anche se, secondo lui, per il film di Alina è stato molto impegnativa tutta la preparazione. “Pensare e trovare il look giusto delle due protagoniste non è stato per niente facile – dichiara – perché Alina ci ha chiesto di lasciarle molto naturali e soprattutto di rendere Elena sofferente, avvicinandola così maggiormente al personaggio. Nel suo caso abbiamo quindi dovuto lavorare su una certa trasandatezza, cercando però una formula giusta e in armonia con quelle che erano le esigenze dell’attrice”. Pablo, che non solo nel nome ma anche nell’irresistibile accento rivela la sua origine argentina, spiega inoltre che in linea con questo principio di naturalezza, la stessa Rampling ha chiesto di girare senza tingersi i capelli, lasciando che il grigio cenere della radice prendesse il sopravvento sul biondo delle lunghezze. Laura, chiusa nella sua giacca a vento nera, annuisce sorseggiando un tazzone di the. La truccatrice, che ormai da anni si divide fra cinema e teatro, conferma infatti che prima di girare c’è stato un attento studio dei personaggi e che è stato piuttosto faticoso trasformare il volto perfetto e attraente di Elena in quello emaciato e provato di Emma. Eppure al momento del ciak dubbi non ve ne sono: Elena è davvero Emma. Merito di Pablo e Laura ma anche di quell’espressione persa e dolente che sta tutta negli occhi dell’attrice.

di Caterina Taricano

Acqua d’autunno – videoistanti dal set

Il video racconta la preparazione di una delle scene chiave del film, girato al Lago delle fate di Margozzo.

La terza donna

Maria Grazia Mandruzzato è la dottoressa della Casa del Quartiere

Capelli corvini addomesticati da una treccia spessa che segue fino alla fine la linea della schiena. Pelle olivastra in cui spiccano due occhi bruni e liquidi. Bocca grande e una fila di denti bianchissimi. Un viso che per i tratti e i colori richiama la tragedia greca. Un’espressione dolce e dolente che per intensità sembrerebbe rubata all’universo femminile di Pedro Almodovar.
Seduta al fianco di Charlotte Rampling ed Elena Radonicich, Maria Grazia Mandruzzato, nella finzione Angela Gualtieri, è l’interruzione brusca di una continuità visiva, una pausa nel sovrapporsi incessante delle figure di Pauline ed Emma, simili nella fisicità, nel portamento austero, nella maniera che hanno entrambe di chiudersi in silenzio ed esprimere la solitudine. Anche il suo ruolo all’interno del film è qualcosa che si pone in qualche modo come un elemento di diversità rispetto al rapporto misterioso che intercorre fra il personaggio di Charlotte e quello di Elena. La scena si apre con le tre donne sedute al tavolo della caffetteria. Poche battute bastano a farci intuire che Angela ha un rapporto molto intimo e concreto con Emma, che questa e Pauline non si sono mai parlate e un libro diventa la scusa evidente per raccontare a un’estranea quello che talvolta non si ha il coraggio di confessare nemmeno a se stessi. Sospesa tra la misteriosa Pauline e la tormentata Emma, il personaggio a cui dà vita Maria Grazia è infatti quello di una psicologa specializzata in problemi femminili, una figura ispirata a quella reale di Alessandra Bramante, professionista attiva presso l’ospedale Macedonio Melloni di Milano. A raccontarci di come Angela è stata pensata e scritta è la stessa regista, che ha conosciuto personalmente la dottoressa interessandosi al suo lavoro al centro Psiche Donna. Una persona che Alina ha trovato talmente adatta al proprio film da chiedere all’attrice di incontrarla per studiarne il carattere e approfondire le peculiarità della sua professione. Maria Grazia affermata interprete teatrale dal curriculum invidiabile (ha infatti lavorato con i nomi più importanti delle scene internazionali) ha quindi l’opportunità di cimentarsi con una delle peculiarità della recitazione cinematografica, quella di modellare il proprio personaggio a partire da un soggetto realmente esistente.

di Caterina Taricano

La Casa del Quartiere

Si chiama Casa del Quartiere e sorge laddove un tempo c’erano i bagni pubblici. La palazzina ne conserva ancora la scritta, sebbene questi siano chiusi da più di dieci anni. Un luogo pensato all’interno di quella capillare operazione di riqualificazione territoriale che negli ultimi anni ha interessato San Salvario e che ha avuto esiti positivi in diverse aree dello storico quartiere torinese. Affacciato sull’aiuola Donatello (anche quella trasformata da spazio degradato in un giardino a misura d’uomo) l’edificio è sede, dallo scorso anno, di un laboratorio per la progettazione e la realizzazione di attività sociali e culturali; un luogo  aperto tutti e gestito dall’Agenzia per lo sviluppo locale di San Salvario Onlus in collaborazione con numerose associazioni e fondazioni della Regione Piemonte. I servizi e le attività che la Casa offre sono davvero moltissimi e spaziano dai corsi d’informatica per i pensionati a quelli di lingua per adulti e bambini, dalle lezioni di musica a quelle di teatro. Nell’ampio spazio sono stati anche ricavati un orto e una banca del tempo, dove chi lo desidera può mettere a disposizione le proprie conoscenze o la propria manodopera in cambio di quelle di qualcun altro. Dal centro vanno e vengono persone di tutte le età e di tutte le nazionalità e chiunque può pensare e proporre un progetto. Sarà il senso di grande accoglienza che si prova appena varcata la soglia, saranno questa estrema libertà e creatività, saranno le mamme accompagnate dai loro figli piccoli e quelli un po’ più grandi, sarà l’atmosfera da grande famiglia, ma è questo luogo che Alina Marazzi ha scelto e voluto per ambientare una parte importante del suo film. È qui infatti che Pauline ed Emma si parlano per la prima volta, è qui che con gli occhi del personaggio di  Charlotte scopriamo parte della misteriosa realtà della giovane donna interpretata da Elena. Alla Casa del Quartiere, già vero e accogliente di suo, sono dunque bastate minime modifiche per essere adattato alla finzione. La grande sala in cui rilassarsi, le sedie fucsia, la caffetteria dai grandi tavoli di legno e le pareti colorate, il cortile in cui sono ammonticchiati i materassini messi a disposizione dei bambini e un gioco abbandonato talvolta fa capolino da qualche angolo. Qui tutte le cose parlano il linguaggio della confidenza e forse Alina Marazzi se lo immaginava davvero così il suo luogo riservato alle donne. “Quello che ho messo in scena è un posto che in realtà non esiste ma dovrebbe esserci – spiega – uno spazio tutto al femminile in cui, a fianco del consultorio e dei corsi pre-parto, ci sia anche spazio per quelle madri che vivono situazioni drammatiche ”.

di Caterina Taricano

Fra i camaleonti -videoistanti dal set

Mentre dentro al negozio di animali rari di via Cecchi Alina, Charlotte, Emma e la troupe si preparano a girare, fuori la città si muove.

A casa di Valerio

Valerio Binasco, poco prima di iniziare a girare nei panni di...Valerio

Un delizioso caseggiato che da Corso Massimo D’Azeglio abbraccia via Valperga Caluso, prosegue per un breve tratto lungo le rotaie del tram e poco dopo svolta su via Ormea seguendo le linee di alcuni palazzi d’epoca. È qui, in un appartamento al primo piano, che abita Valerio, l’insegnante di danza che dà rifugio a Emma in un particolare momento di confusione. È qui che per la prima volta Valerio Binasco si cimenta con il personaggio che Alina Marazzi, senza nemmeno un provino, ha voluto assegnargli. Una scena che lo vede perfettamente a suo agio nel dialogo al fianco di Charlotte Rampling e nel simpatico duetto con il giovane ballerino della Fattoria Vittadini Riccardo Olivier. Sprofondato nella felpa rossa tra un ciak e l’altro sorride, chiacchiera con la truccatrice, e prova a perfezionare insieme ad Alina le scene che ancora si devono girare. “In realtà dovevo fare la parte dello psichiatra – racconta in un raro momento di riposo l’attore ligure – poi un viaggio in Australia che non potevo rimandare ha fatto sì che dovessi rinunciare al film – sapevo tra l’altro che Alina voleva girare con urgenza. Quando sono tornato ho scoperto con mia grande sorpresa che la produzione doveva ancora partire. L’ho preso come un segno del destino e d’accordo con Alina abbiamo pensato a un altro personaggio che sarebbe comunque servito per riempire un vuoto narrativo all’interno della storia”. Valerio non fa mistero della grande ammirazione che nutre nei confronti di Alina e con un mezzo sorriso dichiara: “sono il suo più grande fan. Alina ha una capacità di raccontare le cose attraverso un misto di realtà e poesia che è davvero unico”. Un leggero imbarazzo lo coglie quando gli faccio notare che il suo è il primo personaggio maschio parlante del cinema di Alina Marazzi. “lo prendo come un tributo involontario alla mia parte femminile – commenta Binasco passandosi una mano tra i capelli quasi a ingannare l’improvvisa timidezza del momento – sono cresciuto, sia umanamente che professionalmente, proprio grazie ad essa”. Valerio, attore poliedrico, che si muove con agilità fra cinema e teatro, ha la faccia di uno a cui piace davvero quello che fa. Le battute le sa a memoria e anzi il copione non è che uno spunto per continuare ad immaginarsi le azioni e le parole quotidiane del suo personaggio. Le intenzioni, i movimenti sono qualcosa che nascono istintivamente dalla maniera in cui lui stesso ha immaginato il suo ruolo. Alina davanti al monitor della stanza regia non può che approvare: “Ho sempre pensato che Binasco fosse un grande attore, prima ancora di vederlo nella parte straordinaria che interpreta in Noi credevamo. Oggi ne ho avuto la conferma”.

di Caterina Taricano